Quello che non c’è. La battuta più celebre dell’Odissea, nonché quella più significativa se è vero come è vero che Odisseo resta nella letteratura, almeno per quello che riguarda il sentir comune e quindi popolare (ma un colossal non è per sua natura cinema popolare? se no si fa un teatrino nella propria cameretta e si sperimenta col testo e la propria sapienza con quattro burattini e magari si fanno tutte le voci e magari si diventa un genio, Carmelo Bene ovvio non certo Cristopher Nolan): “Chi è stato Polifemo?” Vado a memoria… “Nessuno”. E pazienza se sono in tre a comprendere che significa tutti. Tutti ciò che tutti siamo: nessuno. Compreso Odisseo/Damon e Omero/Nolan. Anzi di più Nolan perché Omero è già storicamente nessuno e se vogliamo restare nello schema woke che gira a vuoto da dieci anni come Ulisse cercando approdo non nel ritorno a casa ma nella costruzione di una casa proprio non essendo nessuno – né uomo né donna ne transgender né brutto né grasso e forse manco non-non vedente – sicuramente almeno nei documenti mostrati dal sempre didascalico Alberto figlio di Piero Angela e gran conquistatore di beghine non ahimé dotato di sensibilità tale da usare lo schwa asteriscando a beneficio di coloro che proprio perché si sentono qualcuno (he/him, she/her, they e via puntualizzando) e rivendicandolo non proveranno mai l’ebbrezza di sentirsi ciò che invece tutti siamo e giustamente Odisseo confessa nel mentre agli stolti fa credere sia questione di mera arguzia: nessuno. Essendo noi tutti nient’altro che il cavillo di Troia di noi stessi: un Io che è ovviamente un they che altro non è che un Altro.
Non c’è la complessità. Non della storia, quando pure, alle generazioni alfabetiche post Millenial, una sceneggiatura semplice come l’Odissea appare complicata. Ma cosa ci vuole a riassumerla nei tre secondi di uno scrolling di Tik Tok, il blob che ha blobbizzato il pianeta evolvendosi da caricatura a paradigma di comunicazione? Partì, vinse, ritornò. What else? E siamo a Matt Damon, da sempre insulso pur nella categoria dell’eroe per caso e quindi privo di ogni qualsivoglia sfaccettatura, tanto che per adeguare quell’antico adagio sempre attuale (dell’aver un’espressione con la barba lunga e una corta) appare qui dotato di sempiterno sguardo di mestizia – mai convincente nell’essere eroe anche nella umana più umana rivendicazione dell’Orrore che se a tutti appartiene solo all’eroe è concesso di mostrare (allo spettatore è negata allora la consolazione di fargli la morale dall’alto, o meglio dal basso, del suo non essere eroe, relegato per sempre – nel Male e quindi anche nel Bene, Madame – alla sua incontrovertibile mancanza di qualità. Non era meglio allora un Clooney George per dire se non un più mediterraneo Favino, esagero ovviamente? O forse il feticcio Damon è – nomen omen – il daimon greco del britannico Nolan: lo stratagemma per ammorbare l’Odissea – vero cavallino di Troia – di generale rassegnazione (Ulisse come eroe sconfitto: ma come, ma perché, ma quando mai?) dove pure Antinoo/Pattinson ci sta bene come cattivone da cartone animato essendo l’unico in quella sbornia di esseri umani costretti a vita insulsa per stare nei parametri del follemente corretto ad avere un barlume di sano (a sto punto: che la Sinistra italiana ormai s’è fatta superare a destra convinta dalla Destra di stare a sinistra) vannacismo nello strappare una mezza lingua alla servetta doppiogiochista dell’imbalsamata Penelope/Hathaway, già assurta a eroina del femminismo anti-patriarcato non in quanto rivendicatrice di sana e libera sessualità dopo due decenni d’astinenza al telaio ma proprio nella negazione – questa sì patriarcale – della medesima e in quanto tale – in questi tempi confusi più di quelli – esempio allora di integrità nell’essere ciò che non si è, peggio nell’essere ciò che si vorrebbe ella sia. Non c’è sesso nell’Odissea di Nolan. E dopo duemila anni siamo indietro pure al they Omero allora. Tanto che se ovviamente sparisce con Nausicaa – il primo amore di tutti noi lettori adolescenti – qualsiasi pruderie (sia mai che il vecchio eroe così poco umano di castigati integerrimi costumi possa mai avere impudichi pensieri sulla fresca ragazzina!), non c’è volutamente traccia di seduzione nemmeno nella maga Circe/Morton, ridotta a rancorosa megera (e i maiali allora giustamente in quest’ottica che si vuole progressiva sono soltanto maiali e mai veramente porci) ma nemmeno in sette anni dico sette un risveglio adamitico nel lobotizzato Damon che lo risvegli dal letargo… lontana Penelope dagli occhi, lontana se non dal cuore, da ogni umana ragione sia pure del cazzo… e lo travolga nell’insolito destino nell’azzurro mare. Certo la versione anoressica della Calipso/Theron risulta meno tentatrice dell’ultima cubista di Temptation Island e Damon può dormire sonni coniugali e per nulla adulteri più spiaggiato del De Niro di Leone che almeno aveva la giustificazione di fumarselo l’oppio. Non c’è – ma nemmeno stavolta – un cavallo di Troia degno di questo nome, ma il solito Cavalluccio, a sto giro davvero marino – più stretto di un barcozzo di migranti – dove a fatica riesci a immaginare ci stiano – scomode – più di dieci persone, comprese quelle che annegano non avendo le proporzioni di Juno che sarebbe l’unic* a starci comod* dentro, non certo la Regina del Paese dello Schwa per le ragioni che i mari ben conoscono e per la famosa legge della fisica. Ma tant’è, dovendo apparecchiare la tavola come al banchetto delle Olimpiadi parigine avanti con i fenomeni da baraccone degli inclusi contenti d’essere riconosciuti dal mainstream invece che bearsi dell’esclusione (rivendicarla capisco bene sia troppo superiore ai loro neuroni addomesticati) tra l’approvazione dei critici di corte pronti ad abbracciare la linea editoriale che conduce al conto bancario e al quieto vivere dei maiali che si accontentano delle ghiande. Così non c’è nemmeno Elena quella famosa (che fosse di Troia, sorvoliamo, per non scader nel pecoreccio che oggi sarebbe avanti vent’anni essendo indietro di quaranta), qui diventata di colore, come fosse il premio concesso alla Nyong’o per far parte del carrozzone a remi – e poco importa nero non sia Ulisse, certo Antinoo oggi non lo sarebbe mai, per le stesse evidenti politiche ragioni – che mentre i critici di corte urlano alla giustizia fatta accorgendosi ora che la Taylor sbiancava Cleopatra (ma bastava chiedere allAI per sapere che era figlia di quei watussi dei Macedoni) non s’accorgono perché hanno le orecchie piene di cera e quindi sentono solo ciò che già hanno sentito che l’essere ingaggiata per fare al circo la cicatrizzata moglie di Frankestein in compagnia del Polifemo con l’occhio sbirulo, della bellezza dell’asino di Zendaya e del cane Argo miniaturizzato in un bastardino non è una vittoria sulla barbarie dei secoli ma solo l’ennesimo inganno, lo stesso che fa confondere la regola di Zeus – che si deve trattare bene un mendicante in quanto potrebbe nascondere un dio – con un imperativo morale, quando è proprio il contrario a essere etico: trattare un mendicante come un dio in quanto mendicante. Verrebbe da strapparsi la cera dalle orecchie come quel rematore condannato a essere tale mentre Odisseo si fa bello del coraggio legato all’albero maestro, già deputato a essere eroe col culo dei Proci. O a urlare come il pupone dei Lestrigoni per cacciare tutti fuori dall’Imax energizzato. Che poi arrivano i morti, risorgendo dalla terra come zombie, e in quanto non morti sono meno morti dei vivi.