The Odyssey di Cristopher Nolan

Quello che non c’è. La battuta più celebre dell’Odissea, nonché quella più significativa se è vero come è vero che Odisseo resta nella letteratura, almeno per quello che riguarda il sentir comune e quindi popolare (ma un colossal non è per sua natura cinema popolare? se no si fa un teatrino nella propria cameretta e si sperimenta col testo e la propria sapienza con quattro burattini e magari si fanno tutte le voci e magari si diventa un genio, Carmelo Bene ovvio non certo Cristopher Nolan): “Chi è stato Polifemo?” Vado a memoria… “Nessuno”. E pazienza se sono in tre a comprendere che significa tutti. Tutti ciò che tutti siamo: nessuno. Compreso Odisseo/Damon e Omero/Nolan. Anzi di più Nolan perché Omero è già storicamente nessuno e se vogliamo restare nello schema woke che gira a vuoto da dieci anni come Ulisse cercando approdo non nel ritorno a casa ma nella costruzione di una casa proprio non essendo nessuno – né uomo né donna ne transgender né brutto né grasso e forse manco non-non vedente – sicuramente almeno nei documenti mostrati dal sempre didascalico Alberto figlio di Piero Angela e gran conquistatore di beghine non ahimé dotato di sensibilità tale da usare lo schwa asteriscando a beneficio di coloro che proprio perché si sentono qualcuno (he/him, she/her, they e via puntualizzando) e rivendicandolo non proveranno mai l’ebbrezza di sentirsi ciò che invece tutti siamo e giustamente Odisseo confessa nel mentre agli stolti fa credere sia questione di mera arguzia: nessuno. Essendo noi tutti nient’altro che il cavillo di Troia di noi stessi: un Io che è ovviamente un they che altro non è che un Altro.

Non c’è la complessità. Non della storia, quando pure, alle generazioni alfabetiche post Millenial, una sceneggiatura semplice come l’Odissea appare complicata. Ma cosa ci vuole a riassumerla nei tre secondi di uno scrolling di Tik Tok, il blob che ha blobbizzato il pianeta evolvendosi da caricatura a paradigma di comunicazione? Partì, vinse, ritornò. What else? E siamo a Matt Damon, da sempre insulso pur nella categoria dell’eroe per caso e quindi privo di ogni qualsivoglia sfaccettatura, tanto che per adeguare quell’antico adagio sempre attuale (dell’aver un’espressione con la barba lunga e una corta) appare qui dotato di sempiterno sguardo di mestizia – mai convincente nell’essere eroe anche nella umana più umana rivendicazione dell’Orrore che se a tutti appartiene solo all’eroe è concesso di mostrare (allo spettatore è negata allora la consolazione di fargli la morale dall’alto, o meglio dal basso, del suo non essere eroe, relegato per sempre – nel Male e quindi anche nel Bene, Madame – alla sua incontrovertibile mancanza di qualità. Non era meglio allora un Clooney George per dire se non un più mediterraneo Favino, esagero ovviamente? O forse il feticcio Damon è – nomen omen – il daimon greco del britannico Nolan: lo stratagemma per ammorbare l’Odissea – vero cavallino di Troia – di generale rassegnazione (Ulisse come eroe sconfitto: ma come, ma perché, ma quando mai?) dove pure Antinoo/Pattinson ci sta bene come cattivone da cartone animato essendo l’unico in quella sbornia di esseri umani costretti a vita insulsa per stare nei parametri del follemente corretto ad avere un barlume di sano (a sto punto: che la Sinistra italiana ormai s’è fatta superare a destra convinta dalla Destra di stare a sinistra) vannacismo nello strappare una mezza lingua alla servetta doppiogiochista dell’imbalsamata Penelope/Hathaway, già assurta a eroina del femminismo anti-patriarcato non in quanto rivendicatrice di sana e libera sessualità dopo due decenni d’astinenza al telaio ma proprio nella negazione – questa sì patriarcale – della medesima e in quanto tale – in questi tempi confusi più di quelli – esempio allora di integrità nell’essere ciò che non si è, peggio nell’essere ciò che si vorrebbe ella sia. Non c’è sesso nell’Odissea di Nolan. E dopo duemila anni siamo indietro pure al they Omero allora. Tanto che se ovviamente sparisce con Nausicaa – il primo amore di tutti noi lettori adolescenti – qualsiasi pruderie (sia mai che il vecchio eroe così poco umano di castigati integerrimi costumi possa mai avere impudichi pensieri sulla fresca ragazzina!), non c’è volutamente traccia di seduzione nemmeno nella maga Circe/Morton, ridotta a rancorosa megera (e i maiali allora giustamente in quest’ottica che si vuole progressiva sono soltanto maiali e mai veramente porci) ma nemmeno in sette anni dico sette un risveglio adamitico nel lobotizzato Damon che lo risvegli dal letargo… lontana Penelope dagli occhi, lontana se non dal cuore, da ogni umana ragione sia pure del cazzo… e lo travolga nell’insolito destino nell’azzurro mare. Certo la versione anoressica della Calipso/Theron risulta meno tentatrice dell’ultima cubista di Temptation Island e Damon può dormire sonni coniugali e per nulla adulteri più spiaggiato del De Niro di Leone che almeno aveva la giustificazione di fumarselo l’oppio. Non c’è – ma nemmeno stavolta – un cavallo di Troia degno di questo nome, ma il solito Cavalluccio, a sto giro davvero marino – più stretto di un barcozzo di migranti – dove a fatica riesci a immaginare ci stiano – scomode – più di dieci persone, comprese quelle che annegano non avendo le proporzioni di Juno che sarebbe l’unic* a starci comod* dentro, non certo la Regina del Paese dello Schwa per le ragioni che i mari ben conoscono e per la famosa legge della fisica. Ma tant’è, dovendo apparecchiare la tavola come al banchetto delle Olimpiadi parigine avanti con i fenomeni da baraccone degli inclusi contenti d’essere riconosciuti dal mainstream invece che bearsi dell’esclusione (rivendicarla capisco bene sia troppo superiore ai loro neuroni addomesticati) tra l’approvazione dei critici di corte pronti ad abbracciare la linea editoriale che conduce al conto bancario e al quieto vivere dei maiali che si accontentano delle ghiande. Così non c’è nemmeno Elena quella famosa (che fosse di Troia, sorvoliamo, per non scader nel pecoreccio che oggi sarebbe avanti vent’anni essendo indietro di quaranta), qui diventata di colore, come fosse il premio concesso alla Nyong’o per far parte del carrozzone a remi – e poco importa nero non sia Ulisse, certo Antinoo oggi non lo sarebbe mai, per le stesse evidenti politiche ragioni – che mentre i critici di corte urlano alla giustizia fatta accorgendosi ora che la Taylor sbiancava Cleopatra (ma bastava chiedere allAI per sapere che era figlia di quei watussi dei Macedoni) non s’accorgono perché hanno le orecchie piene di cera e quindi sentono solo ciò che già hanno sentito che l’essere ingaggiata per fare al circo la cicatrizzata moglie di Frankestein in compagnia del Polifemo con l’occhio sbirulo, della bellezza dell’asino di Zendaya e del cane Argo miniaturizzato in un bastardino non è una vittoria sulla barbarie dei secoli ma solo l’ennesimo inganno, lo stesso che fa confondere la regola di Zeus – che si deve trattare bene un mendicante in quanto potrebbe nascondere un dio – con un imperativo morale, quando è proprio il contrario a essere etico: trattare un mendicante come un dio in quanto mendicante. Verrebbe da strapparsi la cera dalle orecchie come quel rematore condannato a essere tale mentre Odisseo si fa bello del coraggio legato all’albero maestro, già deputato a essere eroe col culo dei Proci. O a urlare come il pupone dei Lestrigoni per cacciare tutti fuori dall’Imax energizzato. Che poi arrivano i morti, risorgendo dalla terra come zombie, e in quanto non morti sono meno morti dei vivi.

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Strangers Things, Season 5 ep. 08: “Chapter Eight: The Rightside Up”

Fine della storia. Ma magari. La lezioncina di Netflix dispiegata per bene è destinata a durare. Sarà anche solo intrattenimento, come obietteranno subito in tanti, carpentieri ai quali evidentemente sarà sfuggita l’architrave, concentrati com’erano a seguire la storia, con le sue trame e le sue sottotrame in direzione della soluzione finale che tutto riconciliasse per il bacio della buonanotte e che in coerenza logica col Sottosopra sta sotto solo per gli ingenui che non la vedono sopra quando invece è il mezzo per ogni subdola persuasione. E sta sopra invece, in linea temporale, proprio perché l’effetto nostalgia è scelto ad hoc risiedere negli anni Ottanta: cronologicamente non l’inizio dell’Età dell’Oro come da reaganiana propaganda ma l’inizio della fine, della Storia almeno così come la s’intende quando è cosa viva, maiuscola, non eterna lotta tra Bene e Male a beneficio dei sempliciotti, ma scontro inevitabile proprio laddove – restaurato l’ingannevole ordine binario – ne sovviene la necessità. Sopra o sotto che importa allora? Se è ovvio a chi non sta Sopra, dalla parte momentaneamente giusta, che non c’è altra strada che brillare nelle tenebre dell’Abisso, mentre da Sotto le luci dei riflettori del Sopra appaiono solo fari abbaglianti sulla retta via di chi in assenza di pensiero al pensiero Alveare si lascia ricondurre. Niente Bene o Male allora come da modelli religiosi spunto per la fantascienza minore, presi in carico proprio da chi quando la Realtà si annacqua nelle bollicine della Fanta è pronto viceversa a invocare la Scienza. La lotta è sempre non sopra o sotto, Realtà o Abisso, ma tra chi sta sopra e chi sta sotto laddove è il tramite – il Sottosopra proprio – il terreno fertile, che l’Abisso è tale solo per giustificare gli abusi del Reale. Confondere i piani, costruire il Mostro, è strategico al Potere, da qualunque parte ci si schieri. Un atteggiamento infantile che conduce al Quieto Vivere mica certo all’Avventura ancorché adolescenziale, e crescendo conduce all’inevitabile Disimpegno casalingo tra mostri pacificato nel nostro abisso interiore. Così se all’inizio della serie si può essere solidali con dei bambini cresciuti a comics e videogames, tra famiglie e istituti di correzione scolastica, meno lo si è nel vederli crescere e diventare oltreché proprio fisicamente brutti anche loro stessi mostruosi più del Mostro sul quale convogliano le loro angosce di salvezza, del mondo e di se stessi, mai fuori da quel mondo, non sognando quindi nient’altro che – oltre all’annientamento del Male, Vecna o i democosi – il ristabilimento della condizioni di felicità da quel medesimo Sopra stabilite e concesse. Mai nessun dubbio che il Lato Oscuro, come il Dark Web si direbbe per la Generazione X, sia lì a dimostrazione di come in realtà il vero Sotto sia in realtà il Sopra, il mondo del conformismo e della tranquilla accettazione di sé. Verrebbe da simpatizzare, a noi che gli Ottanta li abbiamo vissuti in età adolescenziale, con il fin dall’inizio destinato alla sconfitta Henry, se solo non fosse anch’egli il vassallo di un potere altro alfine non diverso da quello che governa le ragioni del Sopra, e fa sorridere – a noi, ai ragazzi di oggi non so – l’ingenuo tentativo in sceneggiatura di creare il doppelganger del nemico istituzionalizzandolo, sia esso il preside o i militari cattivoni, nel mentre alle logiche di quelli si sottostà, si sarebbe detto nei pre-Ottanta, ci si ribella al limite tra i Due Mondi ma sulla stessa linea d’onda, seguendo una logica che al potere sostituisce altro potere, mai lo mette in discussione. L’esercito al dunque semplicemente si smarrisce nelle sottotrame, desaparecido come da pratiche militari, e tutta la spinta generazionale si esaurisce nel discorso del valedictorian, il puffo comico Dustin ormai innalzato perché unico rimasto nano a credibile buffone di corte, a cui è deputato dire il Vero sia pur ammettendo inconsapevole di condurre la sua rivoluzione sapendo bene di non incorrere più in alcuna pena: “E cosa può farmi ora, il preside, espellermi da scuola?” sancendo la resa di fatto e rivalutando in un colpo solo generazioni cresciute a Gianburrasca e Pippi Calzelunghe e rivoluzioni anche solo per la pappa al pomodoro. Nel mentre la cara (vecchia?) Netflix prosegue nella sua opera riformista di smaccato conformismo alla rovescia, come se i famosi tempi non fossero They Are A-Changin’ in avanzata regressione e quindi in progresso a un pre-anni Duemila, e occorra un cambio di passo per rendere la sua morale di falsa inclusione meno riconoscibile ora che ha sdoganato tutto ciò che al Potere non dava fastidio alcuno nelle sue battaglie digitali: coppie lesbo e coppie interrazziali purché coppie, coming out e non-matrimoni tutti inclusi al triste Gran Ballo delle vedove appetibili ma già state Winona Ryder, degli sceriffi psicologi dell’elaborazione del lutto per confortanti e confortevoli paradisi in cielo e terra, mai artificiali, dei jocks, neards and freaks, degli amichetti che prima non erano tali (ma quelli che non lo sono diventati non sono forse esclusi dal circoletto?), delle mamme so proud dei diplomi e dei ragazzini già con un piede nell’età del Disincanto – attivisti per professione e resilienti per induzione – pronti come merci a sparpagliarsi per il Mondo di Sopra, inconsapevoli personaggi nella finzione della vita presupposta vera, convinti nel mentre lo confermano in toto d’aver scalfito l’Ordine, fottuto il Sistema, già nostalgici di niente se tutto quello che desideravano era una normal childhood, e tutto quello che speravano era non fosse loro rubata, con la promessa eternamente rinnegata di rimanere in contatto, e per cosa? per raccontarsi di nuovo di quella volta che salvarono il Sopra standoci sotto, accettare uno stage all’Herald pensando di avventurarsi “nel mondo reale”, tra i figli e il mutuo e l’amore della vita, e magari anche diventare sceneggiatori di Netflix un tanto al chilo e scrivere cose come “there are two types of chaos: chaotic good and chaotic bad“, girando un film sul cannibalismo capitalista, mentre si sciopera in fila per due. Già, quando il problema invece resta il gioco, che è di ruolo e perciò è sempre lo stesso anche quando il Narratore crede d’essere destinato a qualcosa in più di uno scrigno di monete d’oro e della promessa di una vita agiata e felice. E anche se “Hellfire Lives”, la maglietta è già in vendita nel Legal web a $25.99. Ora che il Sottosopra non esiste più, restano l’Ordine e l’Abisso. Stranger things, davvero.

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After the Hunt di Luca Guadagnino

Prendi Joachim Phoenix, prof di filosofia gettato nella tromba dell’ascensore da Woody Allen (i font sono un indizio o una citazione?) e sull’onda gravitazionale rispediscilo ad allacciarsi le stringhe in un film di Guadagnino (quello per i Gen Z della sega con la pesca e delle pippe di Zendaya a omaggiare Novecento) dove, per nemesi, da donnaiolo fuori tempo si reincarna in un fluido ma più gay oriented psicoanalista nella dimensione ormai démodé del wokismo politicamente corretto che tanti guai addusse alla Sinistra, qualunque cosa essa significhi per chi vi si conforma in mancanza d’Altro invece che adattarla allo spirito ormai soltanto beffardo di chi non si rassegna a difendere la brioche nel mentre fa professione di fede imbarcando pagnotte, me too? Siamo nei dintorni dell’ombelico del mondo, a Yale, dove le élite normodotate ma con super poteri ereditari combattono le scaramucce universitarie con gli ascensoristi che ancora ci credono si possa salire ai piani alti nei loro circoletti dove l’amichettismo di rendita più che alla discussione filosofica – e quindi per natura irrilevante, proprio perché necessaria a prescindere – si offre alla chiacchiera specialistica sui divani in salotto: ma davvero qualcuno può credere che si faccia della filosofia argomento del dopo lavoro quando si dovrebbe sapere almeno che di tutto si può filosofare? Non è chiaro ancora che i pasticceri non mangiano pasticcini in questo pasticcio di frasi a casaccio con pedigree d’aprés Dal Pra montate per far credere d’essere del mestiere? Le figurine stanno tutte al loro posto nel gioco di società dove si pretenderebbe d’essere veri semplicemente ribaltando il cliché: la dottoranda di colore allora è danarosa ma anche infingarda plagiatrice di tesi e vite altrui, la prof ulcerosa (una Julia Roberts più pragmatica e contro corrente quando era solo pretty) predica bene ma anche razzola male, di Joachim costretto per contrappasso alla recita del cornuto felice su sedia professionale ma anche con inclinazione all’autoerotismo davanti ai fornelli s’è già detto (ma lui ha capito subito di che pasta è la cuoca di The Beard, la serie dove tutti si chiamano chef per malinteso afflato comunitario somos todos caballeros e l’unico che avrebbe i crismi per esserlo non lo vuole fare), per Spider-Man accusato di stupro (ma se già il rapporto sessuale non esiste come provare uno stupro sulla parola? Che direbbe Agamben – qui da cattivo maestro reintegrato tra i sapienti dopo che se ne erano fatte beffe ai tempi del Covid – a chi lo stupra se manco si dà pena di fare l’accertamento medico-legale?) se non sarà carriera accademica ci sarà un spin futuro in politica, laddove l’essere ricattabile è garanzia di servaggio, e il They dylan-iato inconsapevole d’essere in quanto “loro” uguale a tutti gli altri entra in quota LGBT dove il + è proprio ciò che invece sono tutti coloro che dal teatrino non lottano per l’inclusione ma per essere esclusi. Se galeotta fu la busta nel bagno di servizio, la sceneggiatura è tra i rotoli di carta igienica e si danna l’anima per ricomporre il tutto nel festival delle citazioni mancate, dove alla fine c’è spazio pure per la coppia di maranza in bianco e nero che ammiccano dall’auto nel multiverso dove ancora qualcuno pensa al sesso in purezza dalla Giulietta Spider alla Julia che si pretende stilosa in fuga dal suo amante prima accolto e poi respinto e così assolto dalla sua impudente imprudenza d’averci provato – errore blu! – a ridare a lei ciò che lei è, una sessantenne in calore ma da menopausa… in ansia da prestazione: “te le potresti scopare tutte”, l’ultima cosa da dire a uno coi superpoteri… non una ventenne con poche idee ma ben confuse, nera ma coi danè, in un corto circuito lacaniano in salsa Benny Hill: non era vero amore, peccato manco una sana scopata. Che non lo sa un filosofo che è diritto in ogni momento dire no anche quando significa sì ma anche il no spesso è assertivo? A forza d’essere follemente controllati per paura d’essere messi alla gogna del castrante corretto non tromba più nessuno. Con reciproche accuse all’altro sesso. Se la verità è nella bugia, che dire sull’insistito titic-titoc che vorrebbe citare ben più celebri tazzine, inutilmente fastidioso, se non che il tempo del divieto del fumo almeno al cinema è finito (che ci abbiano preso per il culo un’altra volta con lo svapo nell’epidemia dei monumenti alla Salute?) e che se nulla è vietato niente è più permesso? Con la megalomania di Guadagnino ci guadagna soltanto lui. Molto fumo, si diceva, e dal cilindro esce nemmeno tanto a sorpresa il trash, vera cifra stilistica di chi ha smarrito la sua.

Too much, serie tv

Torna in pista Lena Dunham e va in trasferta a Londra come una star un po’ bolsa (no body shaming) con un’alter ego ancora più fuori forma (per usare un eufemismo, anche se Trump – sia per questo almeno benedetto – ha fatto strame di tutta quella spazzatura woke che ha inquinato le menti del gregge che si crede arcobaleno mentre lo stanno solo lavando con Perlana per spostare l’attenzione dalle cose che contano: no inclusione, invece, se sinonimo di uniformità, sì piuttosto all’esclusione in quanto rivendicazione della propria singolare diversità), una Megan Stalter che ovviamente come in Girls vorrebbe proporsi nel mondo delle relazioni sentimentali (il core business della Dunham spogliato delle ambizioni sociali poi prese in prestito dalla politica che si vuole progressista e democratica, sigh) a prescindere dai suoi limiti, la conoscenza dei quali rende signori negli affari d’amore, al dunque spacciando se stessa come unicorno quando chiunque guardandosi attorno non trova altro che ciccion con lo schwa, solo che questi sapendosi maggioranza se ne fregano dei bellocci mezzo asiatici e la risolvono senza paturnie accoppiandosi e riproducendosi come si fa da sempre, e cioè accontentandosi, senza ambizioni d’esser super people quando il Regno non dei cieli ma della Terra sarebbe ad appannaggio dei Normal People modello Sally Rooney, democratici talentati nel farsi riconoscere come mezzi geni alle scuole di batterie per polli tipo Holden, dove saltano la coda con la Fast Lane e poi piagnucolano perché l’élite vera li ha perculati scaricandoli forse ancora più scarsi di sicuro più leggeri, non in termini di chili, se solo sapessero far di conto e calcolare le percentuali. Certo è invece che i geni non ambiscono all’inclusione, quanto i troppo furbi puntano alla massa perché in politica e sui mercati vince il prodotto medio (e i democratici paradossalmente perdono le elezioni: ma come il popolo non è dalla nostra parte? Ingrati!) e infatti manca un niente che i computer comunicheranno tra di loro e chi si regolava sull’utente medio che fa i click rimarrà a guardare i display lamentandosi del mondo che non riconosce la creatività abituato com’è alla mediocrità. Quindi sì si diceva la Dunham va a Londra per rivendere il suo prodotto di personaggi disfunzionali senza nemmeno la scusa della famiglia centrata male, ricicciando i suoi stilemi e cambiando soltanto il fondale. E ancora una volta invece di alzare il pugno al grido di “grasso è bello” e godersela finché dura vuole giocare alla seduttrice che vorrebbe essere accettata per come è senza ricevere un salutare pugno nello stomaco che le renderebbe economicamente meno ma la vita migliore. Ed è solo la prima puntata di “Too much”. Troppo anche per i diversamente magri.

The Studio, serie tv

Cosa succede quando la rappresentazione della vita in piano sequenza diventa rappresentazione della vita costruita intorno al piano sequenza e la fiction entra ed esce dalla sceneggiatura in tempo reale occupando tutto lo spazio dell’esistere compreso quello di chi semplicemente assiste in qualità di spettatore ma in realtà contribuisce col suo stesso sentire alla realizzazione finale mai veramente conclusa dell’opera? Un cortocircuito, probabilmente, che dà sostanza a un mondo terzo a parte rivelando come nessuna costruzione artistica sia mai in definitiva a parte di altro, come esistano connessioni, punti d’incontro, incidenti di percorso, casualità, suggestioni, scritture, interpretazioni, visioni che concorrono alla realizzazione di ciò che per comodità definiamo opera d’arte. L’episodio 2 di The Studio intitolato The Oner (al contempo “piano sequenza” e “eccezionale” nel senso proprio di unico) è allora – all’interno di una serie che prendendo a pretesto le presunte dinamiche hollywoodiane nel riciclo di ciò che già presupponiamo sia vero pur non avendole mai abitate le riutilizza come paradigma per indagare sulla complessità di una qualsiasi realtà di tipo aziendale, che ognuno di noi ha invece vissuto in prima persona, dove cioè il lavoro del singolo è limitato e completato dall’organizzazione di cui fa parte che spesso è – con più autoritaria forza che nel singolo individuo – stereotipo di se stessa e al contempo forza creatrice della tipizzazione dei suoi membri, per quieto vivere rassegnati alla scissione (vedi Severance) tra cliché autentico e reale illusorio nel mentre viene richiesta come skill selettiva la capacità di pensare out of the box soltanto per provare che ciò che conta è la scatola blu come in Mulholland Drive, la sovrastruttura che ogni individualità plasma nella forma della scatola stessa… ma in definitiva può esistere l’artista puro quando anche lo scrittore che necessita soltanto di se stesso e di una tastiera qualunque essa sia non può mai essere artista in senso completo dovendo prima poi fare la definitiva scelta – pur partendo a differenza dell’opera filmica da un investimento a costo zero se si eccettua il tempo (ma il tempo della creazione artistica è tempo proprio perché è tempo perso, vissuto completamente proprio in quanto tempo non percepito, e il suo valore è quindi inestimabile) – tra il mercato e il cassetto, una volta, ora la memoria ram o la chiavetta uessebì, tra autorialità e irrilevanza?… è allora – dicevo a conforto di coloro che leggendo si lamentano della fatica e volentieri delegherebbero all’AI dopo lo scrivere anche il comprendere ora che l’attenzione è ridotta a cinque famigerati secondi e invece di apprezzare la sinfonia, il non detto, le trame che non sono quelle del discorso o dello scambio di battute ma quelle dell’elaborazione del pensiero, l’intimo piano sequenza di un cervello che elabora un pensiero, nel lynchiano silenzio soffocato dal rullare dello scrolling nell’autoreclusione denominata social governata dalla dittatura finto compiacente dei signori del Tech – è allora paradigmatico nella sua rappresentazione meta-artistica, dove meta è certo “oltre” ma in questo caso anche “metà”, del processo di rappresentazione che mette capo alla creazione di un oggetto artistico come mondo dove presunto reale e realtà immaginifica si confondono in un unicum che è oltre le due parti che lo compongono attingendo l’una dall’altra come in un amoroso incontro di sensi dove gli amanti penetrandosi e compenetrandosi trovano nell’annullamento comune una maggiore intesa e si scoprono nell’abbraccio fatale che nega entrambi l’uno all’altro, a scoprire dimensioni nuove, strade perdute o mai immaginate, altro da sé, dove le regole classiche del gioco (tempo, luogo, azione) sono le coordinate sulle quali imbastire il meccanismo della trama a orologeria che nella sua perfezione ha anche l’ardire di svelare qualcosa di noi a noi stessi che pensiamo semplicemente di guardare e invece – ognuno a modo suo – siamo al contempo su quel set in piano sequenza e dentro quell’altro, sempre in piano sequenza, immaginando soltanto quello reale che scrive entrambi, lontano da entrambi e da Hollywood com’è veramente, noi dal set di casa dove ci illudiamo d’essere padroni oltre che d’esser vivi nel piano sequenza che per abitudine sempre abitiamo. Altro che spettatori.

Anora di Sean Baker

Che dire commedia – e in questo caso pure premiarla, un doble: Palma e Oscar, vabbè – sia ormai sinonimo di puttanata abissale, non cagata fantozziana che quella sì è commedia vera, che cioè di fronte a un oggetto troppo sbilenco, implausibile, stereotipato male lo si categorizzi almeno per evitare un surplus di critica nell’applauso generale di dieci minuti? 

Cos’è Anora allora? Il remake di una commedia, quella sì di successo almeno per guadagnarsi un clone, che però scivola – in modalità slapstick – proprio là dove vorrebbe svoltare, più per difficoltà di svolgimento che per esigenze di scrittura, in pura caciara. Così la bruttina che si vuole sex worker nel brutto sogno woke della falsa inclusività – e per sineddoche insiste la si chiami Ani lavorandoci lei col culo – e il fluido simil Chalamet in versione caucasica mettono in piedi una love story di reciproca convenienza che non approda al lieto o al triste fine all’apparir del vero. Che cioè lei è una troia vera (con rispetto parlando) e lui è un sottosviluppato mentale di quelli che farebbero girare, bene per chi s’accontenta, sia White Lotus sia Temptation Island: metti un cretino o meglio dei cretini e il divertimento, presunto, è generale. Sorta di osceno espiatorio per chi simpatizza e per chi si sente superiore.

La prima parte fosse veramente scevra di moralismi, ma il russo gorilla di controcanto col sottofondo del bravo figliolo è talmente telefonato, e riproposto in ogni momento cruciale alla bisogna, che se colpo di scena finale doveva essere ci si può alzare o spegnere il cervello appena tutti iniziano a strillare e ad azzuffarsi prima di arrivare alla ovvia redenzione, sarebbe anche godibile nella sua rivisitazione di sex and money and drugs, dove nessuno è innocente e più che il sesso al centro sono i soldi visto che il sesso non è più plaisir ma solo merce di scambio (“puoi toccare se vuoi” dice lei contravvenendo alla regole, “ti faccio una collana di dollari” risponde lui senza nessuna intenzione di non pagare).

Invece il film non sapendo come rifinire la sua critica finto democratica al malcostume dei giovani ricchi e annoiati e un poco scemi (Vanja, almeno dicesse “Bella zio!”) e ai poveri che ottimizzano le doti di natura con la riprovazione di chi non se lo può più permettere (la madre di Vanja, la Galina dalle uova d’oro, ad Anora), toglie di mezzo il rampollo oligarca e mette in un angolo la povera stupida che si era illusa di aver vinto alla lotteria e arranca senza mai fare nemmeno ridere verso il suo patetico tentativo di ristabilire con l’ordine sociale una parvenza di normalità: i poveri cristi al loro posto a farsi compagnia, la jouissance presunta ricomposta nei buoni sentimenti, gli oligarchi russi ricchi e cattivi a casa loro e le brave ragazze un tempo sottoproletarie a chattare in globish e a mostrare gli Ani su Only Fans, dopo le case chiuse le ragazze auto rinchiuse. Non è concesso essere troia nemmeno per emanciparsi nel matrimonio, figuriamoci ambire a fare la tenutaria del bordello. Se Anora per poco ha in mano il fallo, lo sguardo dell'(im)potente consuma l’immagine e l’abbandona nella ripetizione del videogame. E il guerriero (Igor) salvifico (ottiene col tolkeniano anello rubato il magico potere di una sveltina in auto) è di carta igienica. Così Anora può asciugarsi la lacrimuccia e cercarsi un fidanzato per passare le serate a inchiattirsi sul divano come la sorella. E in sala scatta la commozione degli spettatori con difficoltà di comprensione del testo che solidarizzano e non hanno ancora capito che ai poveri cristi d’ogni genere è concesso il sesso di coppia, santificato dall’amore, quando gli va bene, ma le orge sono per i potenti. O forse applaudono a se stessi per aver scampato con 12 euro almeno un destino da incel.

Prima la trasgressione, poi la riprovazione, infine la ricomposizione dell’ordine. Non ci resta che piangere.

Rocco Schiavone St. 6, serie tv

Il giallo non c’è, c’è solo Giallini col loden al posto dell’impermeabile (perché niente si crea tutto si trasforma, vero Colombo? “Ah, un’ultima cosa…”) che bofonchia, stira le rughe, fa l’uomo alla finestra, gioca al burbero col cuore d’oro, parla ai fantasmi, porta fuori il cagnetto, sfumacchia una cannetta perché sia mai che uno di questi investigatori – vicequestore Schiavone qui dai libercoli ingialliti di tal Manzini oggi in questi tempi miracolato dagli ascolti delle truppe di lettori che si abbeverano al giallo perché i libri bisogna leggerli ma guai alla complessità (Ti ho incontrata alla Feltrinelli
Tu fregavi solo gialli…
), come se bastasse leggere, cosa non importa, per coltivare una certa percentuale di cultura da mostrare in società, nel mentre si è cazziati da boomer, non c’è tempo, mi rilasso, mi distraggo, chiudo gli occhi e buonanotte (ma non sono più interessanti i casi della cronaca, a parte quelli già risolti rispolverati a orologeria come armi di distrazione di massa? o si leggono i gialli come ci esercita nell’enigmistica e ciò che si cerca è solo il conforto della soluzione?) – sia mai non abbia da sfoggiare sotto l’abito da duro una stravaganza, e sopra un’incoerenza col mestiere di tutore della legge che nelle intenzioni lo renda più umano, più simile a noi, quando la normalità diviene eccedenza perché si riproponga la regola e la norma trionfi… ma più simile a chi? 

Nel merito che meriti ha Schiavone, se al di là dei gingillamenti non riesce manco a prendere uno zio pedofilo assassino che gli sbatte in faccia la sua passione per H.G. Wells, tanto chi lo conosce se si leggono solo gialli? E nel mentre slalomeggia a vuoto in lungo e in largo tra scenografiche cime di monti innevati, sempre fumando che si sa il tabacco è più gradito se si apre il polmone indagando su un cold case, colpi di vero genio quando si deduce che la “y” stia per anni, senza un ordine di perquisizione per chi non ti fa mai salire in casa dove coltiva orchidee, ma chissà perché, manco si dà pena di googlare – mica di esplorare nel dark deep – sui nomi in codice dei compagni di merende e occorre, dea ex machina, dopo che la macchina s’è scoperto non azzeccarci nulla, la conviviale riccia archeologa Sara a una cena che sa tutto guarda caso di Wells a rivelare che Wedderburn sta per un personaggio – le coincidenze a volte – di The Flowering of the Strange Orchid.

Più che gialli, sono Giallini.

M, serie tv

Chi sarà mai il misterioso M del titolo della serie tivù liberamente ispirata al libro di Antonio Scurati, a sua volta definito dall’autore “romanzo documentario”, ossimoro che tutto vorrebbe dire e niente spiega se in esergo lo stesso dichiara, senza vergogna, essere l’opera “non frutto della fantasia” sua ma “storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte” come se la Storia fosse nient’altro che una somma algebrica e non – sempre – interpretazione dei fatti, e al dunque mera scelta degli ingredienti a responsabilità dello storico che è storico proprio perché ha l’autorevolezza di selezionare le fonti (non da più ma da meno, dunque) inserendole nel contesto di ciò che è prima di tutto la sua visione della Storia, l’universale che nel puzzle scombinato dei particolari intravede il disegno generale, ciò che Scurati al dunque non è, essendo lui scrittore e giornalista, e conscio che “la storia è un’invenzione”, la sua di romanziere punto anche se si concede autorevolezza di storico nel mentre sminuisce il lavoro dello storico – “cui la realtà arreca i propri materiali” – laddove ne individua lo specifico, attribuendolo però a sé: “non arbitraria però”?

E quindi? Se in sintesi M col punto o senza – questione dirimente comunque perché nella storia come nella finzione l’uniformità è questa sì fonte di autorevolezza, a meno che non si voglia sostenere che nel romanzo tutto è concesso, pure miscelare il vero col falso, la logica col caos: se M col punto è autocensura da romanziere astuto drogato di autofiction, M senza cos’é, una soluzione da grafico che discute sul peso in cover del punto? – se l’M televisivo sia o no il Mussolini Benito dei libri di storia o il personaggio di una serie tv liberamente ispirato a (ma non essendoci traccia nei disclaimer di Sky che pilatescamente si ispira al romanzo, tralasciamo documentario che è formula paracula) qualcuno che è già a sua volta liberamente ispirato a un personaggio reale, reale sia chiaro nei limiti dell’interpretazione storica di cui sopra.

Il risultato confusionario è questo M qua, avvolto nella carta stagnola dorata di un Ferrero Rocher, di cui non si capisce se sia l’originale oppure una figura archetipa, ambendo a essere entrambe. A tal punto paradossale che pure il buon Marinelli costretto in una chierica devastante (ma perché se si tratta di finzione? davvero siamo ancora alla parodia del Bagaglino? tanto valeva allora prendere Paolo Cevoli, sarebbe stato perfetto fisicamente) si sente in diritto di prenderne le distanze come se stesse impersonando il reale Mussolini, nel mentre gigioneggiando lo rende simpatico come nel ricordo farlocco delle macchiette a Predappio che alzano il braccio a scatto come tanti Big Jim.

Che se poi si voleva fare un’operazione non storica, come da più fonti poi ci si è affrettati a dichiarare, ma assumere M (col punto o meno) a simbolo di certi accadimenti che la storia ripresenta circolarmente e blablabla bastava intitolarlo, con semantica up to date, semplicemente B o ancor meglio Benito.

Giurato numero 2 di Clint Eastwood

l film finisce dove dovrebbe iniziare. Perché è ovvio che il problema morale di Justin non sussiste e conta zero che abbia un passato da alcolista e ora si sia redento, come importa nulla che la mogliettina partorisca e quindi lui si senta in dovere per il loro bene di non fargli mancare l’affetto che il confessarsi colpevole di omicidio colposo implicherebbe (ha investito una ragazza e il fidanzato rischia l’ergastolo, e lui è nella giuria, se confessasse rischierebbe trent’anni, questo il plot). Lui è infatti il colpevole non solo dell’incidente, con tutte le attenuanti semmai del caso, ma è già colpevole perché non solo non si è fermato per accertarsi se quello investito era realmente un cervo ma anche e soprattutto perché nemmeno il giorno dopo si è preoccupato di tornare sul luogo del misfatto o si è dato pena di sfogliare un giornale online dalla poltrona di casa per vedere se c’era qualche notizia in merito all’investimento di un cervo, sicuramente di rilievo a Savannah, Georgia. Ed è nuovamente moralmente colpevole perché capito d’essere stato lui s’è fatto il minimo sindacale di scrupolo nel mandare in galera un innocente preoccupandosi del tizio solo fino a quando il verdetto era in bilico, come se il fallimento della giustizia comportasse una rielaborazione a vantaggio di entrambi della verità negata. Ed è proprio la dicotomia verità/giustizia invocata da Justin nel colloquio con la procuratrice (la sempre impeccabile Tony Colette) – “A volte la verità non è giustizia” afferma come a suggerire di chiudere un occhio e anche due – ad aprire lo scenario più interessante, quello che si dipanerebbe a film concluso, quando la porta della casa di Justin si apre sulla procuratrice evidentemente decisa a risolvere l’antinomia facendo pendere la bilancia dalla parte della giustizia che farà il suo corso, giusto o ingiusto che sia. Mentre la verità, l’unico aspetto sul quale Justin avrebbe potuto e dovuto intervenire, l’unico che lo riguardava in prima persona, una volta tradita non gli concederà una seconda opportunità avendola lui doppiamente ignorata. Che qualcuno come tanto cinema insegna può anche decidere di farsi giustizia da solo, avendo la sua di verità, ma nessuno è più lodevole di chi per amore della verità è disposto anche a incappare nell’errore della giustizia.

The Substance di Coralie Fargeat

Una Demi Moore cinquantenne (nel film) in realtà googlando sono sessantadue, in ogni caso meglio ora che da giovane, che da ragazza bassina e caruccia non reggeva il confronto con le top sue coetanee – invecchiata bene, pare però con l’aiutino, sarà politically o unpolitically correct? -, viene ghostata dal suo di successo programma fitness in tivù. Ma in che anno siamo? Perché se è l’epoca ancora di Jane Fonda che scelta scellerata è da parte di un Dennis Quaid deturpato più che dalla vecchiaia dal grandangolo? Ma se siamo ai tempi nostri (quali? Data la stratificazione consumista in corso che abbina ballerine e body anni Novanta a cappottoni quiet luxury tuorlo d’uovo ma non sa che invece di alambiccare con aghi e pompette e farsi squartare basta per rassodare una puntura dimagrante al mese) ma chi lo guarda un programma fitness in TV nell’epoca di TikTok, perfetto invece per chi vuole aerobicarsi in meno di 30 secondi? Giusto le anziane per le quali Demi Moore allora è sudore che cola, resilienza all’età che avanza e quindi modello perfetto – doppiamente idiota Dennis allora – al tempo stesso ambito e con la promessa d’essere realizzabile, non certo la controparte giovane con i muscoletti e le curve giuste in dotazione mica perseguite con ore di palestra (Margaret Qualley, il colpo di genio sarebbe stato far recitare la mamma Andie MacDowell nel ruolo di Demi). Accettato il satanico patto è presto fatto trasgredirvi perché è inutile ripetere di ricordarsi che in due si è la stessa persona, è proprio dall’essere due anche quando si crede d’essere nati Uno che nascono i problemi. Magari non potendo comunicare di persona – quando una è viva l’altra giace sul pavimento del bagno pur abitando in una casa con living spettacolare su L.A. (mentre il vicino è un nerd col reddito di cittadinanza) – sarebbe utile lasciare un biglietto scritto per provare a spiegare le proprie ragioni. Alla fine le due si ricongiungeranno, due cervelli non ne fanno uno, nel mostro che tutti siamo nelle nostre inconsapevoli vite: la faccia sorridente che ci è richiesta in società è di cartone.

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